Estratti personalizzati


Innamorata di un Angelo di Federica Bosco


Conosciamo tutti il triste finale della storia di Patrick e Mia. Ci sono rimasta così male, specialmente perché era del tutto inaspettato. Quando l'ho terminato piangevo come una fontana e ho deciso di trasformarmi in "Dio" ( o.O aha) e di provare a riaggiustare gli eventi con questo piccolo finale alternativo. Ho cercato di creare un filo conduttore, inserendo anche pochi particolari del secondo e terzo libro proprio per ottenere una storia completa. Infatti ho scelto di tenermi il mio finale e interrompere la trilogia. Considerando che l'ho fatto per avere un lieto fine, il finale è ovvio che sarà scontato.
Buona lettura e le critiche sono ben accette:).




«E' in coma dottore, non sappiamo per quanto tempo sia rimasta senza ossigeno... potrebbe avere riportato dei danni permanenti...».
«Segni viali?»
«Stabili... stiamo cercando di contattare la famiglia, ma non aveva documenti con sé, solo un cellulare inutilizzabile e quel braccialetto con la scritta... in latino o spagnolo...».
«Come hanno fatto a recuperarla?»
«E' un mistero, in quel punto la corrente è così forte che nemmeno i pescatori si avvicinano...l'hanno trovata sulla spiaggia».
«Un angelo custode».
«Già».
«Guardi, sembra che sorrida...».
«E' solo un riflesso».
«Mia... Mia... Sono Patrick, mi senti?»
«Si».



RIPARTIAMO DA QUI................................................................!


Dio ti prego ascoltami ancora. Dio se lo salvi ti giuro che non ballo più. Tu salvalo e io non ballo mai più, ma ti prego, riportamelo vivo. 

Avevo scelto alla fine. Messa alle strette avevo scelto lui. E Dio mi ascoltò ancora.
Mi avvicinai a riva sorridendo di gratitudine al cielo, mentre vedevo York nuotare lentamente, ma tenacemente, con Patrick che gli teneva dietro. Comincia a chiamarlo forte, battendo le mani per incoraggiarlo ad affrontare lo scatto finale. Aveva la lingua penzoloni e gli occhi fuori dalle orbite, ma quel piccolo ostinato mucchio di peli ce l'aveva fatta, aveva vinto la furia del Mare del Nord. Mi corse incontro con la coda fra le zampe, saltandomi addosso e guaendo pazzo di gioia.
Mi alzai per sorridere al suo salvatore di cui avrebbero parlato al telegiornale della sera, ma il mio sorriso si spense quando mi accorsi che non c'era nessuno.
I miei occhi si spostavano frenetici da una parte all'altra di quella massa scura, mentre un sapore acido mi saliva in gola. Oddio dov'è? Dov'è? Dove cazzo è? Dove sei Pat?
Cominciai a camminare su e giù chiamandolo con tutto il fiato che avevo in gola. «Patrick!», urlai entrando in acqua fino alla vita, «Patrick dove sei? Non ti vedo! Patrick!».
Ero sicura che gli occhi mi stessero giocando un brutto tiro, che lui era lì davanti a me, mimetizzato nel grigio del mare, e che sarebbe corso fuori dall'acqua da un momento all'altro battendo i denti e io avrei tirato un sospiro di sollievo cadendo in ginocchio sulla sabbia.
Ma non lo vedevo.
I minuti passavano e non lo vedevo.
Mi voltai, stordita e impotente, verso la folla che si era radunata sulla riva e mormorai:«Chiamate qualcuno per piacere, chiamate aiuto, non lo vedo più».


Serva me. Servabo te.


Una sensazione orribile cominciava a farsi largo dentro di me, ma la cacciai via subito. Non poteva essere. Era tutto un sogno, un sogno orrendo e terrificante dal quale mi sarei svegliata molto presto. Era assurdo che succedesse questo a noi, specialmente ora che le cose stavano andando per il verso giusto. Avevamo ancora così tanto da dirci, da fare e da vivere giorno per giorno, fino alla fine che sicuramente non era quella. Il destino non poteva essere così crudele.

Feci qualche passo più avanti, trattenendo il respiro, con l'acqua gelida che mi trafiggeva come lame lacerandomi la pelle. La corrente era fortissima e dovetti ricorrere a tutta la mia forza per non farmi trascinare via. 
Più il tempo passava e più temevo che l'unica certezza che avevo nella mia vita, forse, se ne stava andando via per sempre e non potevo fare niente per poter fermare tutto.
Le voci allarmate sulla spiaggia erano solamente un brusio in lontananza, mentre le lacrime scendevano a dirotto mischiandosi all'acqua salata. Avevo le guance bagnate e gli occhi gonfi.
Il vento soffiava forte e il freddo era insopportabile ma non m'importava. Continuai a restare lì ferma, in attesa di un qualsiasi segno da parte sua, con il cuore pesante.
Improvvisamente sentii delle grida e mi rigirai verso la folla giusto in tempo per vedere quel ragazzino, che il mio angelo aveva salvato, un paio di metri in avanti con il braccio alzato intento a indicare qualcosa. «Cos'è quello?». Istintivamente seguii il suo sguardo per vedere quello che poteva sembrare un corpo inerme, lasciato a cullarsi dalle onde burrascose. La madre corse a recuperarlo mentre io vidi accendersi un barlume di speranza.
Mi tolsi le scarpe e corsi sul bagnasciuga per raggiungere il punto più strategico per immergermi e riportarlo velocemente sulla spiaggia, ignorando le mani  che cercavano di fermarmi. Se Patrick era davvero morto, dovevo vederlo con i miei occhi, dovevo assicurarmene. Di certo non sarei stata con le mani in mano.
Raggiunta la posizione del suo corpo, mi lanciai scrupolosamente in quelle acque scure e gelide che sembravano aspettare solo me. L'adrenalina che mi percorreva nelle vene, mi aiutò a non sentire il freddo e percorsi a grandi bracciate, come gli avevo visto fare prima, la distanza che ci separava.
Quando mi aveva detto che la corrente era forte non scherzava. L'acqua in alcuni punti formava dei mulinelli e avevo paura che mi risucchiasse trascinandomi giù in profondità. Ringraziai in cuor mio la danza che mi aveva aiutato a sopportare il dolore fisico. Non era la stessa cosa, ma il principio era lo stesso.
Affaticata e con il respiro corto finalmente lo raggiunsi, rasserenata quando ebbi la certezza che si trattasse di lui e non di qualsiasi altra schifezza del mare. Nonostante la mia determinazione, le forze che mi avevano sostenuta fino lì, mi stavano abbandonando lentamente e sentivo il corpo irrigidirsi. Eravamo alla fine, saremmo morti assiderati in queste acque gelide.
Ripensai a tutti i nostri bei momenti insieme, brevi ma colmi d'amore. Patrick mi era stato mandato come un dono dal cielo, pronto a sostenermi, a consigliarmi e a salvarmi. E ora che toccava a me dimostrargli il mio aiuto stavo fallendo miseramente.
No! Non potevo mollare adesso. Dovevo salvarlo per noi, per me, per lui, perché era la persona più importante della mia vita, perché era la cosa più bella che questo mondo potesse offrire. Dovevo agire all'istante e senza più esitazioni, perché il tempo fuggiva così come le nostre vite e non potevo più aspettare.
Lottai contro me stessa e contro il gelo agghiacciante afferrandolo per la maglia e trascinandolo verso la salvezza. Almeno speravo di riuscirci.
Vedevo la spiaggia sempre più vicina e, quando sentii una lieve pressione partire dalla mano di Patrick, non ci vidi più. Era vivo. Debole, straziato e forse mancava poco, ma vivo. Mi riempii di una gioia incontenibile e quel semplice contatto, mi diede l'energia necessaria a metterci tutta me stessa ed a farci riemergere distrutti  sulla spiaggia.
La folla ci venne incontro a passo svelto, mentre io, intanto, gli presi la testa fra le braccia dandogli dei piccoli schiaffi sulle guance. «Pat, mi senti? Riesci a sentirmi? Sono io, amore ti prego apri gli occhi». Lo vedevo attraverso un velo di lacrime con gli occhi che mi bruciavano. Gli presi il polso per assicurarmi che fosse ancora con me e un misto di sollievo e incredulità mi pervase quando percepii dei leggeri battiti. «Pat, tesoro sono Mia, ti prego fallo per me svegliati. Mi manchi da morire e non posso vivere se tu non sei con me. Lotta amore mio. Io ti aspetterò sempre». Gli diedi un bacio sulla fronte e rabbrividì per quanto fosse fredda la sua pelle. Vederlo così mi riempiva il cuore di tristezza. Patrick era l'allegria in persona, con i suoi sorrisi, la sua voglia di vivere e il suo grande ottimismo che riservava alla vita e, vederlo così, immobile, la pelle bianca cadaverica che metteva in risalto le vene blu e il viso inespressivo mi generava un dolore atroce che quasi non riuscivo a respirare.
Non mi ero accorta che la folla ci aveva raggiunto,fino a quando la signora miracolata non mi poggiò una mano sulla spalla svegliandomi da quella ipnosi sofferente. «Sta arrivando l'ambulanza, saranno qui fra meno di cinque minuti». Le feci cenno di si per ringraziarla senza distogliere lo sguardo da Patrick per paura che quelle acque me lo portassero via di nuovo.
«Amore hai sentito? Stanno arrivando.. tieni duro io non ti lascio nemmeno per un secondo, hai sentito Pat? Io non ti lascio».
Da lontano cominciava a sentirsi l'inconfondibile rumore delle sirene e l'ansia che mi tormentava, in quell'attesa angosciante, cominciò ad affievolirsi.
Dei medici ci raggiunsero e mi levarono Pat dalle braccia, lasciandomi sola e vulnerabile. Lo sistemarono su una barella e io non potei fare altro che guardare la scema inerme. Una volta sistemato sul lettino, lo attrezzarono come se fosse un albero di natale, pieno di tubicini e con il respiratore. Prima di chiudere lo sportello dissi al medico che sarei venuta con loro e, dopo un po' di protesta da parte sua, mi fece salire. Sicuramente era riuscito a leggere la preoccupazione nei miei occhi.
Mentre ci dirigevamo all'ospedale, guardavo Patrick con sguardo vuoto senza versare più una lacrima. Ormai, non avevo più niente da buttare fuori. Ero più che sicura che mi avesse stretto la mano, non me lo ero immaginata. Era questione di tempo e quei suoi splendidi occhi grigi sarebbero tornati a guardarmi con quello sguardo profondo capace di farmi tremare.
Durante il tragitto, il medico mi venne a chiedere chi fossimo e cosa era successo. Gli raccontai tutta la faccenda e gli diedi i numeri per avvertire le nostre famiglie. Il mio cellulare ormai era inutilizzabile.
Aspettando di arrivare a destinazione, l'occhio mi cadde sul suo braccio: Salvami. Ti salverò.
Un leggero sorriso mi si dipinse sul volto. Eravamo pari.

EPILOGO


E' incredibile come gli eventi si susseguano tra loro alla velocità della luce. Sono passate otto settimane da quel brutto giorno di febbraio e la mia vita è stata stravolta da importanti novità. Prima di tutto, il mio bellissimo amore si era svegliato tre settimane dopo l'incidente, proprio quando gli ero andata a fare visita. Ricordo che gliene stavo dicendo di tutti i colori perché se non fosse stato per il suo spirito da eroe col mantello, a quest'ora non sarebbe stato steso su quel letto d'ospedale puzzolente.
«Avresti fatto la stessa cosa se ci fossi stato io al posto di quel ragazzino e di York».
A quelle parole mi girai di scatto per trovarmelo con gli occhi socchiusi, l'aria fiacca, e un leggero sorrisetto con quella fossetta che adoravo. Mmm gli sarei saltata addosso. Corsi da lui incredula e felice come non mai, mi sedetti e lo abbracciai con il risultato di fargli ancora più male. Gemette sotto di me.
«Ops.. scusami».
«Non importa, è un dolore piacevole». Mi sorrise. Quanto adoravo il suo sorriso. Specialmente se era rivolto a me.
Gli diedi un bacio vellutato su quelle labbra morbide e, dopo un'ora passata a coccolarci, confortarci e a subirmi la ramanzina in cui mi diceva che ero stata impulsiva e che poteva finire nei peggiori dei modi, gli dissi che sarei andata a dare la grandiosa notizia agli altri. Peccato che per me, il peggiore dei modi, era vivere senza di lui e nonostante le sue accuse, vedevo dal modo in cui mi guardava la sua gratitudine e apprensione. Il medico aveva detto che si era salvato per miracolo e che era stato altrettanto fortunato da svegliarsi così presto.
L'hanno dimesso una settimana dopo raccomandandogli di stare a riposo e di ricontrollarsi.
Nina, vedendoci così felici, non pote fare altro che scusarsi con noi, poi, mi prese da parte e scoppiò a piangere dicendomi che era stata una sciocca e un'immatura e che era stata accecata dall'odio, dalla rabbia e dal dolore. Mi raccontò anche che aveva perdonato Carl e di come la stesse viziando per paura di perderla ancora. Non mi sfuggi l'occhiatina divertita che mi lanciò. La mia migliore amica era tornata, con il suo bel faccino senza un filo di trucco e con degli abiti che la coprivano il giusto.
Riavevo le due persone più importanti accanto a me e ora eravamo più uniti che mai. Le nostre famiglie si erano riconciliate ed ero la persona più felice del modo.
Parlando di famiglie... anche io avevo ottenuto finalmente la mia bella famigliola. Mia madre aveva sposato Paul che si era guadagnato un si anche dalla mia nonnina. Esatto!! Mia madre e mia nonna si erano riappacificate.. non è incredibile? La nonna aveva promesso di essere meno invadente e per farsi perdonare le pagò il corso d'arte. Ricordo ancora il suo sorriso smagliante quando aveva venduto il suo primo quadro. 
Il rumore del clacson mi riportò alla realtà. Sorrisi eccitata e misi il mio diario, quello contenente tutte le conversazioni con il mio angelo, nella valigia. Scesi le scale e trovai mia madre e mia nonna chiacchierare
animatamente per poi zittirsi al mio arrivo.
«Allora io vado» dissi andando incontro alla mamma per abbracciarla. 
«Promettimi che mi chiamerai tutte le sere piccola mia, mi mancherai così tanto».
Mi diede una carezza affettuosa guardandomi con occhi tristi ma comprensivi.
«Suvvia Elena, va a Londra santo cielo! L'andremo a trovare quando vorrai, ora lasciala che non la fai respirare», intervenne nonna Olga venendo anche lei a salutarmi.
«Ciao bambina mia e mi raccomando» alzò il dito con sguardo severo. «Ho sudato tanto per farti avere un'altra occasione e tu mi hai reso fiera passando e mettendo a tacere quella giuria di snob. Ora frequenta duramente e metticela tutta per diventare una splendida ballerina perché quello è il tuo futuro» mi baciò beccandosi un'occhiataccia dalla mamma. Ehi si riparlavano ma non ho mai detto che sarebbero state sempre d'accordo su tutto.
«Mamma, sono certa che Mia ce la farà. Ora lasciala andare che è tardi». Presi il borsone e rivolsi loro un'ultima occhiata. Dovrei essere felice, il sogno di tutta la mia vita si stava concretizzando: io che vado a frequentare la scuola più prestigiosa di danza,con alloggio nella confortevole cittadina londinese,regalo della nonna, insieme a Patrick che aveva trovato un lavoro fisso nella sicurezza navale di Londra. Ma vedendo lo sguardo perso della mamma, non potei fare a meno di sentirmi triste.
«Mamma, ti chiamerò così spesso che staccherai il telefono per non sentirmi più te lo prometto. Ti voglio un mondo di bene e anche se non sarò qui la cosa non cambierà mai». Una lacrima le scese e mi avvicinai per darle un bacio. Rivolta alla nonna, poi, dissi «Nonna non mi tormentare la mamma, prenditi cura di lei ma non essendo ossessiva e manipolatrice. Sii la madre comprensiva e amorevole che ha sempre sognato». E baciai anche lei.
Stavo aprendo la porta quando la voce di Paul mi raggiunse.
«Non pensavi davvero di andartene senza prima salutarmi vero?». Mi girai e lo vidi scendere le scale sorridendomi. Gli gettai le braccia al collo e lui mi prese in braccio.
«Prenditi cura della mamma, proteggila e non ferirla mai»
«Certo piccola. Mi mancherà non averti più in giro per casa», mi diede un buffetto. «Stai attenta laggiù, intesi?».
Mi poso a terra e regalai loro un ultimo sguardo prima di chiudere quella porta per sempre. Erano lì, tutti e tre abbracciati e commossi da una Mia più grande e matura. Finalmente davo loro qualche soddisfazione. Li salutai e uscii. Non feci in tempo a fare un passo che subito mi trovai le braccia di Nina ovunque.
«Non pensavi davvero che ti avrei permesso di andare fino a Londra da sola vero? Non ti libererai di me così facilmente. Frequenterò un corso di giornalismo e alloggerò anche io in città. Non è fantastico?». L'abbracciai a mia volta.
«Nina non potrei chiedere di meglio. Dio sono così felice, ma Carl? Lui che farà?».
Fece un passo indietro guardandomi con una strana luce negli occhi.
«Te l'ho già detto che ha paura di perdermi vero? Beh diciamo che me ne sto un po' approfittando», mi fece l'occhiolino, «praticamente quando ha saputo che ero intenzionata ad andare a Londra con la mia migliore amica, ha mollato tutto e si è offerto di accompagnarmi. Credo che continuerà con quelle diavolerie dei Social Network con Alex». 
Scoppiammo a ridere. Ero al settimo cielo e non solo, perché la mia migliore amica sarebbe venuta a Londra con me, ma anche perché finalmente non si faceva trattare da zerbino.
Un altro colpo di clacson ci fece voltare e vedemmo Patrick venirci incontro.
«Ora te la lascio Pat, quanta fretta! Dopotutto è la mia migliore amica sì ragionevole», sbuffò. «Sono certa che mi perderei uno spettacolino commovente ma devo andare a prendere le ultime cose a casa». Mi girai a guardarla.
«Ma come? non vieni con noi?»
«E vedere voi due che pomiciate convulsamente? No grazie, ci tengo alla mia vita».
Le feci una linguaccia e la guardai allontanarsi.
Delle labbra si posarono lievi sulla mia guancia invitandomi a prestargli attenzione. Avevo un sorrisone a trentadue denti e il cuore mi batteva all'impazzata. Mi voltai passandogli le mani fra i capelli.
«Amore sei pronta?» mi sussurrò sulle labbra.
«Si,da tutta una vita».
Mi abbracciò e mi baciò delicatamente come se fossi la creature più preziosa del mondo. Ci staccammo per respirare e lui mi stava guardando con una intensità tale da farmi tremare le gambe.
«Ti amo Mia Foster Benelli e non mi stancherò mai di dirtelo».
Gli misi una mano sulla guancia, guardandolo con tutta la passione di cui ero capace.
«Ti amo più della mia stessa vita Patrick Dewayne». 
Mi strinse a lui e mi sussurrò «Lo so Mia, lo so».





.......The End.......

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